Siamo iscritti a SeL che si riconoscono nella tradizione e nella cultura politica del socialismo italiano.

 

La nostra scelta è stata motivata dalla comprensione  che la suddetta tradizione, essenziale per la sinistra e la democrazia italiana e con tratti di stringente attualità, non poteva essere rinchiusa in recinti stretti ed angusti di micro-soggettività politiche ad uso e consumo di un ceto politico marginale, incapace di elaborazione culturale.

 

 

 

Essa, piuttosto, va messa a disposizione di un più generale processo di ricostruzione di una sinistra larga, popolare e di ispirazione socialista. SeL si è concepita come soggetto transitorio. Ebbene proprio questa sua caratteristica ha convinto noi ad aderirvi, per portare il nostro contributo di idee e di lavoro politico.

 

Un soggetto transitorio non è l’equivalente di un partito senza precisa  identità politica.

 

Un soggetto politico non identitario non esiste (parliamo di identità politica e culturale non di senso di appartenenza organizzativo). Esso sarebbe effimero e fondamentalmente legato agli impulsi emozionali che un leader mediaticamente bravo è in grado di suscitare. Quando il leader si appanna inevitabilmente il soggetto stesso declina.

 

Anche se formazione transitoria, SeL non può continuare ad essere un mero contenitore di coloro che hanno cercato rifugio dalla scomparsa della sinistra dal parlamento. Deve diventare un soggetto in grado di essere riconoscibile per tratto identitario ed organicità del progetto, in grado di radicarsi sul territorio.

 

Certo, capiamo che è difficile aprire una discussione sulla identità. Essa (a causa di tutta una serie di rimozioni e nodi storici non risolti dalla sinistra italiana) è passibile di provocare lacerazioni. Ma ad un certo momento  diventa cruciale affrontare con un serio dibattito democratico temi anche spinosi.

 

La storia della sinistra del 900 non è uniforme. Le due grandi correnti in cui si è diviso il movimento operaio e socialista dopo la rivoluzione bolscevica (socialismo democratico e comunismo)non hanno affatto avuto il medesimo destino: il socialismo democratico , pur avendo vissuto le sue contraddizioni e pur avendo realizzato solo parzialmente il suo programma, esce a testa alta dal 900, avendo realizzato, in Europa, il modello sociale più avanzato mai sperimentato (la reazione del capitalismo neoliberista è stata tutta rivolta contro le conquiste della socialdemocrazia). Il comunismo dove è stato al potere ha prodotto il cosiddetto “socialismo reale” che ha rappresentato la più netta negazione dei valori emancipatori del socialismo e della democrazia; dietro la falsa coscienza ideologica della contrapposizione tra “campo socialista” e  “campo capitalista” si è messo al servizio della logica imperiale sovietica simmetrica a quella americana. Le due potenze vincitrici della II Guerra Mondiale hanno entrambi usufruito di  una copertura ideologica al proprio imperialismo. “la difesa del mondo libero” da parte degli Stati Uniti, quella del “proletariato e del campo socialista” da parte dell’Urss. L’Europa e l’America Latina sono le aree che più hanno sofferto di questo bipolarismo condiviso .

 

Il crollo del socialismo reale non ha affatto rappresentato una sconfitta del movimento operaio. Nei regimi comunisti vigeva lo sfruttamento sistematico da  parte del capitalismo di stato. Oggi in Cina dietro il modello politico comunista c’è il capitalismo più brutale mai visto. L’identificazione tra modello sovietico e socialismo è stato piuttosto controproducente per la sinistra e per il socialismo.

 

E quel sistema non è stato semplicemente il frutto delle terribili degenerazioni dello stalinismo. Chi proviene dalla tradizione socialista sa bene che è nella concezione leninista e bolscevica del partito e della rivoluzione (esse rappresentano una vera e propria degenerazione “giacobina” ed autoritaria del pensiero di Marx ed Engels), che si annidano i germi del totalitarismo. Del resto esponenti del marxismo democratico e libertario (sia pur diversi tra loro) come Karl Kautsky e Rosa Luxembourg, avevano già ampiamente intravisto il carattere dispotico della rivoluzione bolscevica ai suoi albori (1918-1919). Stalin aveva fatto precipitare il sistema in una paranoica e terroristica dittatura personale ma le premesse di tale degenerazione stanno tutte nel regime di partito unico e di collettivismo burocratico imposto da Lenin e Trotrzky.

 

Sappiamo bene che il PCI ha una sua storia peculiare non riducibile (quantunque storicamente dipendente) al comunismo realizzato. Ma l’elaborazione del PCI era originale rispetto alla III Internazionale, ma non certo alla socialdemocrazia tedesca ed austriaca a cui per alcuni aspetti si avvicinava magari inconsapevolmente e comunque senza il coraggio di ammetterlo. Di qui nasce la famosa “doppiezza” di un partito ne’ comunista ortodosso né socialista ma orgogliosamente “italocomunista”. Una doppiezza che è certo servita negli anni 50 per far radicare un grande partito d massa indispensabile al consolidamento della democrazia. Ma che in seguito è divenuto un grosso peso, soprattutto nella fase in la democrazia italiana sarebbe dovuta passare dalla fase della consociazione a quella dell’alternativa.

 

IL fallimento del comunismo italiano sta essenzialmente nella incapacità di superamento della doppiezza. La sintesi auspicata tra comunismo e socialismo democratico era impossibile e infatti non è mai giunta.

 

Parliamo di fallimento (o se vogliamo di esaurimento)  di una esperienza (che comunque ha avuto incontestabili meriti storici, sia pur nelle contraddizioni che l’hanno caratterizzata) in quanto lo stesso corpo del partito lo ha nei fatti  riconosciuto nel 1990 decretando lo scioglimento del PCI. Certo quella operazione fu dimezzata , perché insieme alla esigenza giusta di fuoriuscire completamente dall’esperienza comunista non si indicò con chiarezza la direzione di marcia. Quel vuoto ha pesato per tutta la seconda repubblica.

 

Siamo socialisti, ma siamo consapevoli che anche la nostra storia ha i suoi punti oscuri e comunque da criticare con decisione. La esperienza del PSI degli anni 80 è stata controversa e costellata da errori e colpe politiche che hanno prodotto processi degenerativi gravi; non possiamo nasconderlo. Pur nella articolazione del giudizio, non possiamo non stigmatizzare il rampantismo edonista ed amorale che si impossessò di vasti settori del partito, l’allontanamento dai valori e principi del socialismo da parte dei Martelli e dei DE Michelis. Ma non si può gettare il bambino con l’acqua sporca. Pur nelle degenerazioni (che poi negli anni 90 hanno coinvolto anche il resto della sinistra) c’era una vasta platea di militanti, dirigenti, sindacalisti ed amministratori socialisti onestissimi, con grande passione civile ed interpreti di un socialismo autentico. Il processo stupido ed autolesionista di demonizzazione a 360° dei militanti  e della stessa tradizione socialista ha terribilmente mutilato ideologicamente e politicamente la sinistra della II Repubblica. Fiaccandone la forza. Nel 1987 la sinistra aveva il 45% dei voti, nel 96 era scesa al 30%, nel 2006 al 25%. Non c’è alcun dubbio che il forte indebolimento elettorale della sinistra ha pesato sul carattere moderato che il centrosinistra della II Repubblica ha manifestato.

 

Come critichiamo alcuni periodi del socialismo italiano, siamo allo stesso modo critici verso quelle derive moderate e neoliberali di un pezzo di socialdemocrazia europea che vanno sotto il nome di III Via. In realtà queste derive avevano l’obbiettivo di uscire fuori dalla socialdemocrazia e di imporre un modello di riformismo corrotto e subalterno al liberismo.

 

Questo pezzo di socialdemocrazia, un po’ per pigrizia intellettuale, un po’ una tendenza intrinseca alla subalternità rispetto all’avversario, si era convinto che il modello di capitalismo liberale (o turbo-capitalismo) sarebbe durato a lungo negli anni, per cui il riformismo avrebbe dovuto limitarsi ad  attenuare le conseguenze più devastanti del liberismo, senza metterne in discussione il meccanismo strutturale.

 

Come ha ben spiegato un intellettuale socialista come Giorgio Ruffolo, questo modello economico e sociale capitalistico-liberista inizia negli anni 80 con la liberalizzazione dei movimenti di capitale e con la riorganizzazione della grande impresa capitalista che ha utilizzato le innovazioni tecnologiche per modificare fortemente i rapporti di forza  tra lavoro e capitale a vantaggio di quest’ultimo. Questo mutamento è stato fortissimo nei paesi anglosassoni, dove la forza del movimento sindacale è stata praticamente annullata , già a metà degli anni 80. Molto meno in quelle realtà dove c’era una socialdemocrazia ed un sindacato forti e con modelli economici poco influenzati dal processo di finanziarizzazione (paesi del Nord-Europa). Il combinato disposto tra liberalizzazione del capitale, e la modifica dei rapporti di forza tra capitale e lavoro ha prodotto la finanziarizzazione quale elemento strutturale del processo di accumulazione capitalistica e la divaricazione crescente tra redditi da capitale e redditi da lavoro. Come nota Ruffolo, il meccanismo keynesiano-socialdemocratico si fondava su una implicita politica dei redditi che legava strettamente l’andamento dei salari a quello della produttività del lavoro. Ma ciò presupponeva rapporti di forza equilibrati. Quando essi si squilibrano a favore del capitale, i salari ed  redditi da lavoro crescono molto meno della produttività. Ma poiché la base di massa della domanda è fornita dai redditi da lavoro, ed il loro peso decresce, ecco un nuovo impulso alla finanziarizzazione: la crescita dei consumi viene finanziata dalle bolle speculative e dall’indebitamento privato. La gravissima crisi scoppiata nel 2008 (e che si sta aggravando ed avvitando) ha questa radici. In ultima analisi è la divaricazione tra capitale e lavoro la sua origine primaria.

 

Gli anni 90 hanno ancor più dato forza alla finanziarizzazione globale. Sia per la possibilità dell’uso della moneta elettronica, sia perché il crollo del comunismo ha fatto entrare nel mercato globale la Russia , la Cina ecc.  Ed ha fornito armi ideologiche a chi voleva far passare ogni socialismo possibile come un attentato alla modernizzazione ed all’innovazione. Il centrosinistra italiano è stato molto subalterno a tale “racconto”.

 

La crisi della socialdemocrazia degli anni 90 (e primi anni del decennio trascorso) non è affatto crisi del socialismo democratico e dei suoi valori, ma, a parte il fatto che va analizzata da paese a paese (vi sono differenze non marginali), è stata la conseguenza della sua  chiusura nei recinti dello stato nazionale mentre il capitalismo ne metteva in discussione il ruolo (oggi mette in discussione il ruolo stesso della democrazia).

 

Non c’è stata fino ad oggi una vittoria del capitalismo. IL capitalismo senza antagonismi politici e sociali produce forze autodistruttive (come la crisi attuale dimostra). Il guaio è che il capitalismo potrebbe trascinare  nella sua catastrofe ogni conquista democratica e di civiltà.

 

Il socialismo europeo ha svolto una seria autocritica dei propri errori e delle proprie derive. Qualcuno eccessivamente esigente potrà dire che non è sufficiente. E’ comunque importante che l’abbia avviata. In Italia non l’ha fatto nessuno.

 

La sinistra della II Repubblica è stata perdente: strutturalmente perdente. Perché dalla scomparsa del PSI e dalla trasformazione del PCI non è venuto fuori nessun progetto serio. La sinistra, già indebolita elettoralmente (rispetto alla I Repubblica)ha vissuto  dal un lato il riformismo corrotto e subalterno dell’Ulivo prima e del PD Veltroniano poi; dall’altro lato il sinistrismo di Bertinotti o di Pecoraro Scanio. Che viveva unicamente in funzione della creazione di una rendita elettorale di soggetto minoritario denunziando i “tradimenti” del riformismo. Ma senza costruire un progetto organicamente socialdemocratico (del resto chiedere a Rifondazione di fare la socialdemocrazia era troppo!)

 

Per cui la progressiva deriva della sinistra ha prodotto due disastri : Il PD centrista di Veltroni (a vocazione maggioritaria) ed il sinistrismo senza progetto dell’Arcobaleno.

 

Ed ecco il quadro attuale. La crisi profonda della politica ha prodotto questo governo “tecnico” che certamente non è amico dei lavoratori e dei ceti deboli. Ma che tutti hanno vissuto come uno stato di necessità. E comunque la necessaria opposizione alla politica sociale ed economica di questo governo deve avvenire sul terreno di un riformismo forte e di una sinistra di governo.

 

A nostro avviso oggi SeL può svolgere un ruolo importante e propulsivo, a patto che cessi di essere pura proiezione di un leader (che ha svolto un ottimo compito). Si dia una identità e si radichi.

 

OGGI UNA SCELTA DI SEL DI ENTRARE NEL PSE E NELL’INTERNAZIONALE SOCIALISTA sarebbe una mossa che muoverebbe in positivo il quadro politico, e soprattutto accelererebbe l’esplosione delle contraddizioni nel PD: questo del resto sarebbe il detonatore vero di una ricomposizione della sinistra su un progetto di socialismo democartico.

 

Vedete, compagni: il socialismo democratico non è il capitalismo più il welfare come un vecchio comunismo settario l’ha dipinto. Questo al massimo può essere il progetto di un partito liberal-democratico.

 

No il socialismo democratico, come lo abbiamo appreso fin dagli anni 30, è riforma strutturale dei rapporti di potere economico e sociali generati dal capitalismo. IL socialismo democratico non ha le velleità palingenetiche del comunismo e non pretende di essere un modello perfettamente compiuto o la fine della storia, ma è processo che modifica la realtà.

 

Socialismo democratico significa welfare di qualità ma anche economia mista che prevede la gestione pubblica (aperta alla partecipazione dei lavoratori e dei cittadini ) dei beni comuni e collettivi, nonché dei settori strategici dell’economia, democrazia economica e codeterminazione nel settore privato (con la responsabilità sociale dell’impresa), spazio ad una economia cooperativa e mutualistica, incentivi alla piccola impresa, nel quadro di una generale programmazione democratica dello sviluppo (che oggi necessariamente include il tema della compatibilità ambientale dello stesso).

 

 

 

Peppe Giudice

 

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