Saturday, 29 October 2011 08:21

Roma e Atene Featured

Written by  Norberto Fragiacomo
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In ottobre cadono le foglie, e qualche volta pure i regimi.

Successe nel 1917 (anche se, per i non russi, era già novembre inoltrato), è capitato a Sirte, la settimana passata. Tuttavia, il barbaro assassinio di Gheddafi – che, nelle intenzioni di chi lo ha commissionato, avrebbe dovuto suscitare un gaudio universale (Vive la Libertè ! Long live Democracy

Un intrecciarsi di eventi racchiusi in pochissimi giorni: sembra spesso che dorma, la Storia (tanto che qualcuno, vent’anni fa, l’ha data per morta), ma, quando si desta di soprassalto, sconquassa il mondo.

 

 !) – non è servito a distogliere l’attenzione da quanto sta accadendo in Europa e nel resto del mondo occidentale.

  Sul tema degli indignados sono stati consumati fiumi di inchiostro (anzi: di toner, visto che più nessuno scrive a mano). C’è chi vede in loro i rivoluzionari del XXI secolo, gli alfieri di una nuova democrazia dal basso; altri sostengono che sarebbero in qualche maniera funzionali ad un sistema capace di manipolarli. Secondo il calciatore pentito Javi Poves[1] – che, da spagnolo, dovrebbe avere del movimento una conoscenza diretta – si tratta di un fuoco di paglia, che non si estenderà alle banche, grandi responsabili della crisi. I rosso-bruni vanno ben oltre: dietro gli indignati ci sarebbero Soros, Draghi e compagnia che, non a caso, hanno speso parole di solidarietà nei confronti dei giovani contestatori. La tesi, che pare estratta dal freezer (ideologico), non convince affatto: una cosa è dire che i finanzieri hanno tutto l’interesse a disinnescare la miccia dell’indignazione dividendo il fronte opposto (aizzando i giovani contro i vecchi, i precari contro i “garantiti” ecc.), altro è dipingere gli autori delle proteste come burattini animati da magnati e banchieri. Le presunte prove del “gombloddo”, tra l’altro, non dimostrano alcunché: è vero che, come in Iran, Nordafrica ecc., la protesta si diffonde tramite internet, ma stupirsi dell’attivismo suFacebook di una generazione occidentale tirata su a pane e computer è proprio da anime candide – o da “veri credenti”. Il termine imitatio è vecchio di qualche migliaio di anni…

 E’ lecito osservare, piuttosto, che l’etichetta “indignati” è stata appiccicata ad una massa quanto mai eterogenea. In Spagna come in Italia c’è gente che manifesta senza sapere il perché, o per obiettivi di secondaria importanza (“buttiamo giù questo governo!”), e c’è chi – a parer nostro, la stragrande maggioranza – ha già individuato l’avversario autentico: non è casuale che ben pochi abbiano accettato le caramelle da Draghi. Il problema è semmai un altro: come ci ricorda Pietro Ingrao, indignarsi non basta, se a partire dall’indignazione non si costruisce «una relazione condivisa, attiva. Poi la puoi chiamare “movimento” o “partito” o in altro modo».

 L’ingenua fiducia nella spontaneità creativa ed il rifiuto di qualsiasi forma di aggregazione politica ostacolano la marcia del movimento-non movimento, gli impediscono di alzare la voce – di avere, come sarebbe indispensabile, un’unica voce. Inoltre, in un campo mal coltivato proliferano le erbacce.

 Lo si è capito a Roma.

 La dimostrazione romana del 15 è stata l’unica ad avere un epilogo violento; ma è stata anche la più partecipata in Europa e nel mondo. Chi scrive può testimoniare che, al di là di qualche colorito sfottò a Berlusconi, le critiche e gli striscioni erano tutti per Draghi, il Fondo Monetario e le banche d’affari. La scelta degli studenti di battezzarsi “draghi ribelli” vorrà pur dir qualcosa, no?

 C’era consapevolezza, dunque; facevano però difetto il controllo ed il coordinamento tra i numerosi gruppi. In questo gioioso caos organizzativo si sono incuneati, senza difficoltà, i c.d. black bloc.

 Il sottoscritto, dopo averli visti agire, si è formato su di loro un’opinione precisa. Appaiono, scompaiono, si muovono in squadre: parlare di un’organizzazione paramilitare non è esagerato. Tuttavia, restano dei teppisti. Un guerrigliero non spreca il suo tempo a sfasciare il parabrezza di un’utilitaria in sosta: ha cose più serie da fare, e ci sono metodi ben altrimenti efficaci per tenere a bada la folla – che non va intimorita, semmai “conquistata”. Ai ninja de noantri piace provocare ed appiccare il fuoco – soprattutto, piace un sacco nascondersi nei cortei pacifici. Li infestano, li consumano; alla fine, causano la loro soppressione. I black bloc sono parassiti della protesta, e niente altro: chi mai li ha scorti gettarsi all’assalto di un palazzo del potere, in una giornata qualunque? Eppure, addestrati come sono, potrebbero sfruttare l’effetto sorpresa; e far male, se volessero. Però non vogliono – e c’è da dubitare che a fermarli sia il timore di non ottenere… l’autorizzazione!

 Anche sabato 15 si sono attenuti allo schema prediletto: invece di tentare sortite nella zona rossa, si sono accontentati di sottrarre piazza S. Giovanni al corteo, trasformandola in zona di guerra. Di fronte ad una simile condotta, piccoli sospetti crescono… ed allora capita che, a pochi giorni di distanza dagli avvenimenti, faccia capolino sul web una lettera in cui un sedicente black bloc assicura che la colpa degli scontri è degli altri, dei “ragazzini”, e che loro avrebbero tanto voluto assalire il Parlamento, ma purtroppo…

 Excusatio non petita, con quel che segue.

 A mio avviso, i rivoltosi a intermittenza – chiunque essi siano – hanno eseguito alla perfezione i compiti affidatigli, tra i quali v’era anche quello di coinvolgere nei “combattimenti” il maggior numero possibile di borderline. E’ vero, difatti, che a piazza S. Giovanni c’era di tutto: dall’ultrassemianalfabeta allo studente in vena di eroismi, dal vecchio militante anticapitalista al precario esasperato. Tutti egualmente colpevoli? Sì: di essere nati in tempi di crisi, di ingiustizia, di sopraffazione.

 La loro violenza cieca, scriteriata e indotta, tuttavia, ha gravemente nociuto alla causa che difendevano: in primis, perché ha oscurato le ragioni della protesta; in secondo luogo, perché ha offerto su un piatto d’argento ai governanti la scusa per un giro di vite autoritario. Concediamoci l’ennesimo latinismo: hoc erat in votis!

 Per fortuna, sembra che qualcuno abbia appreso la dura lezione romana: otto giorni più tardi, gli attivisti No Tav hanno dato una mirabile prova di moderazione, percorrendo pacificamente i loro sentieri ed evitando qualsiasi contatto con le forze dell’ordine.

 La temerarietà produce facinorosi – per fare il rivoluzionario occorrono lungimiranza, sangue freddo e tanta disciplina. In particolare, il rivoluzionario non gioca col fuoco: lo accende, quando cala la sera.

 A proposito di fiamme, le immagine girate davanti al Parlamento greco il 19 ottobre hanno fatto il giro del mondo.

 Atene come Roma? Neanche per sogno!

 Anzitutto, è da quasi due anni che la Grecia langue nelle grinfie degli speculatori e del loro braccio politico, la famigerata trojka. Ormai, ai suoi cittadini è stato cavato tutto: l’impiego, la pensione, i diritti, le prestazioni sanitarie pubbliche. I più “fortunati” portano a casa uno stipendio dimezzato… sempre che la casa non l’abbiano già dovuta vendere: non è semplice, per chi ha il portafoglio vuoto, trovare i soldi per la patrimoniale sui poveri. Oltre il danno, la beffa: il prevedibilissimo crollo del Pil ha reso inevitabile il fallimento del Paese, e le nuove misure diausterity imposte (dai finanzieri al governo, e dal governo alla popolazione) sortiranno l’effetto di uccidere chi è già morto. Vie d’uscita? I più pessimisti ne hanno individuata una suicidandosi; ma la maggior parte dei cittadini ritiene che la primissima cosa da fare sia liberarsi delle attuali guide, che conoscono un’unica strada: quella che conduce al precipizio. Di questi tempi, i ministeri sono perennemente occupati, e le categorie in lotta si passano il testimone dello sciopero: blocchi, proteste e cortei sono quotidiani. Lo sciopero generale, dunque (ce ne sono stati ben due, in ottobre), è solo una fase particolarmente acuta del confronto in atto.

 Stando così le cose, sarebbe alquanto ipocrita indignarsi per il comportamento delle frange più oltranziste dei manifestanti. Lancio di molotov a parte, l’azione diretta ad abbattere le barriere posizionate davanti al Parlamento risponde ad una logica precisa: si tratta, per il popolo, di riappropriarsi del potere sovrano, solamente appaltato ad un governo che lo sta usando, oggi, per favorire forze esterne – e che, soprattutto, tiene in non cale la volontà della cittadinanza, espressa in modo inequivocabile. Sintetizziamo: i greci non disfano auto, esercitano la legittima difesa – e se qualche volta trascendono, non meritano eccessivo biasimo. In fondo, anche il diritto penale prevede, in evenienze eccezionali, l’invocabilità di cause di giustificazione che escludono l’illiceità dei comportamenti.

Riguardo ai tafferugli, sono filtrate due notizie apparentemente contraddittorie: da un lato, è stato scritto - mi pare su Il Fatto Quotidiano - che la folla simpatizzava apertamente con i lanciatori; dall’altro, che il servizio d’ordine organizzato dal Kke (il Partito Comunista ellenico) e dai sindacati Gsee (settore privato) e Adedy (pubblico) ha impedito agli estremisti di turbare lo svolgimento della manifestazione pacifica. 

Una squalifica dei violenti? Forse una prova di lungimiranza da parte dei vertici della coalizione protestataria (questo va sottolineato: la fase dello spontaneismo è oramai alle spalle!). Ai cortei del 19 e 20 ottobre hanno partecipato persino poliziotti e militari in divisa: di ciò bisogna prendere atto, così come della relativa passività degli agenti schierati a presidio di piazza Syntagma che, se le immagini tivù non mentono, si sono limitati a difendersi e tenere la posizione. Si dirà che la Grecia non è paragonabile alle dittature mediorientali o agli USA, dove la polizia picchia impunemente; ma è ipotizzabile anche un’altra spiegazione: al pari dei loro connazionali, i poliziotti ateniesi sono stanchi, immiseriti e indignati. 

Può darsi che gli organizzatori della protesta vedano in loro, anziché degli irriducibili avversari, i compagni di lotta di domani – in grado di aprire al Popolo le porte del Parlamento, e di cambiare il futuro.

Chissà se gli efialte del Pasok paventano uno scenario del genere; quel che trapela è che ministri e parlamentari evitano i locali pubblici come la peste.

 Alla fin fine, si tratterebbe soltanto di revocare il mandato ai propri rappresentanti, e di riprendere il cammino della democrazia; ma su un sentiero vergine, perché il vecchio tracciato ha iniziato a riempirsi di buche oltre vent’anni fa, ed oggi risulta impraticabile.

 Sarebbe una scelta romantica, da parte della Storia, quella di affidare un compito tanto difficile ed esaltante al popolo che, un mucchio di secoli fa, ha coniato la parola Δημοκρατία.

Norberto Fragiacomo

[1] Poves, classe 1986, è stato, fino allo scorso agosto, un giocatore in forza allo Sporting Gijon, squadra che milita nella Liga spagnola. Ad un certo punto, disgustato dal sistema calcio (ma non solo), ha deciso di dire addio al professionismo, e ad una promettente carriera. Per maggiori informazioni, v. http://sport.sky.it/sport/calcio_estero/2011/08/10/javi_poves_sporting_gijon_ritiro_24_anni_disgustato_dal_calcio.html.

 

 

 

 

 

 

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Manifestazione 15 ott.