Venerdì, 27 Aprile 2012 12:37

Per Antonio Gramsci In evidenza

Scritto da  Claudio Bazzocchi
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Il 27 aprile 1937 moriva Antonio Gramsci. Vogliamo ricordarlo oggi analizzando la sua concezione del partito, quanto mai attuale. Così come attuale è la sua polenica con Michels. Come si sa, Michels parte dalla constatazione che senza organizzazione non vi può essere democrazia. La contraddizione si presenta subito dopo l’enunciazione di questa evidenza. Infatti, per Michels organizzazione significa anche tendenza all’oligarchia, dal momento che presuppone una gerarchia di dirigenti. La legge di tendenza all’oligarchia delle organizzazioni democratiche dice allora che il potere dei dirigenti cresce nella misura in cui l’organizzazione si struttura .

 

 

Gramsci contesta non tanto l'esito prospettato da Michels, quanto l'idea che ogni partito debba arrivare a tal punto. Inoltre, Michels va contrastato nel suo punto d’arrivo sociologico: la teoria elitista di Mosca e Pareto. In sostanza, Gramsci ha in mente un partito diverso da quello descritto da Michels, rispondente alle grandi socialdemocrazie del tempo: Pensa infatti a un partito in cui tutti siano intellettuali, in cui intellettuali e popolo vengano a compenetrarsi.

Vediamo allora come Gramsci, in un passo famoso dei Quaderni, si confronta direttamente con Michels:

«Quando si vuol scrivere la storia di un partito politico, in realtà occorre affrontare tutta una serie di problemi molto meno semplici di quanto creda, per es. Roberto Michels che pure è ritenuto uno specialista in materia. Cosa sarà la storia di un partito? Sarà la mera narrazione della vita interna di un’organizzazione politica? Come essa nasce, i primi gruppi che la costituiscono, le polemiche ideologiche attraverso cui si forma il suo programma e la sua concezione del mondo della vita? Si tratterebbe in tal caso della storia di ristretti gruppi intellettuali e talvolta della biografia politica di una singola individualità. La cornice del quadro dovrà, adunque, essere più vasta e comprensiva. Si dovrà fare la storia di una determinata massa di uomini che avrà seguito i promotori, li avrà sorretti con la sua fiducia, con la sua lealtà, con la sua disciplina o li avrà criticati «realisticamente» disperdendosi o rimanendo passiva di fronte a talune iniziative. Ma questa massa sarà costituita solo dagli aderenti al partito? Sarà sufficiente seguire i congressi, le votazioni, ecc., cioè tutto l’insieme di attività e di modi di esistenza con cui una massa di partito manifesta la sua volontà? Evidentemente occorrerà tener conto del gruppo sociale di cui il partito dato è espressione e parte più avanzata: la storia di un partito, cioè, non potrà non essere la storia di un determinato gruppo sociale. Ma questo gruppo non è isolato; ha amici, affini, avversari, nemici. Solo dal complesso quadro di tutto l’insieme sociale e statale (e spesso anche con interferenze internazionali) risulterà la storia di un determinato partito, per cui si può dire che scrivere la storia di un partito significa niente altro che scrivere la storia generale di un paese da un punto di vista monografico, per porne in risalto un aspetto caratteristico. Un partito avrà avuto maggiore o minore significato e peso, nella misura appunto in cui la sua particolare attività avrà pesato più o meno nella determinazione della storia di un paese» (A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, Torino, Einaudi, 1977, pp. 1629-1630).

Il partito che ha in mente il comunista sardo non è la semplice espressione della classe, né il luogo in cui le avanguardie organizzano le masse in vista della rivoluzione. Nei Quaderni si rifiuta infatti il rapporto espressivo tra classi e partito che «non sono solo una espressione meccanica e passiva delle classi stesse, ma reagiscono energicamente su di esse per svilupparle, assodarle, universalizzarle» (Ivi, p. 387). È una nozione molto più ampia di partito rispetto a quella tradizionale di organizzazione di iscritti guidata da un organismo dirigente. Infatti, la funzione dirigente è condivisa anche da altri organismi della società civile, quali possono essere i giornali, i circoli intellettuali ecc...

Si trattò di un’idea complessa di partito, fatta propria da Togliatti nella costruzione del Partito nuovo. L’attenzione avuta dal PCI nel secondo dopoguerra verso la società civile deriva dall’idea complessa di partito: associazionismo di base, associazioni di categoria, movimento cooperativo, gruppi sportivi, giornali, riviste ecc... Il rapporto tra partito e associazionismo rese il volontariato italiano assolutamente originale nel panorama europeo e fece sì che il PCI non fosse solo un soggetto «economico-corporativo» o comunque in grado di portarti «dalla culla alla tomba», come si diceva a proposito delle grandi socialdemocrazie. I fenomeni associativi che ruotavano attorno a quel partito non furono solo l’espressione di interessi sociali ed economici del movimento operaio e del ceto medio vicini a esso, ma furono anche e soprattutto quelle «scuole di vita statale» e di democrazia alle quali pensava Gramsci, per il quale la politica era l’entrata nella storia di grandi masse che dovevano assumersi la responsabilità di farsi classe dirigente nazionale, di produrre una riforma morale e intellettuale per tutto il paese. Al partito non si contrappone la società civile, anzi, sforzo del partito politico e dell’azione di governo è per Gramsci quello di far arrivare Stato e società civile a una progressiva compenetrazione. E non è un caso che l’associazionismo italiano di sinistra fu sostanzialmente diverso da quello classico socialdemocratico. Espresse infatti l’intenzione dei protagonisti a farsi classe dirigente nazionale. Non si trattò di quella società civile che, secondo la concezione liberale, si pensava come una limitazione delle prerogative dello Stato, ma di quella che si considerava come un insieme vivo di forze sociali che dialoga con lo Stato e le istituzioni, e quotidianamente ne questiona la legittimità democratica per spostare più avanti l’orizzonte della giustizia sociale. Si fa allora istanza del potere istituente contro la possibilità e il rischio dell’ossificazione dello Stato. Il vero conflitto è tra potere istituito e potere istituente. Tale potere istituente tende alla compenetrazione progressiva tra Stato e società civile e quindi non alla contrapposizione, al mero controllo, alla limitazione.

Nella visione di Gramsci, i partiti non sono quindi una semplice organizzazione di iscritti diretti da una élite dirigente. Infatti, come abbiamo visto, da un lato la funzione dirigente viene condivisa con varie espressioni sociali e culturali organizzate, e dall’altro l’azione politica ha come compito principale quello di far entrare le masse nello Stato, di farle diventare classe dirigente tramite una progressiva compenetrazione tra lo Stato e la società civile.

Infine, Gramsci risponde in modo decisivo a Michels ponendo al centro della sua riflessione la questione del rapporto tra intellettuali e popolo. Il partito è per Gramsci, come poi lo sarà per Togliatti, un soggetto che si fa intellettuale collettivo, in cui ognuno viene chiamato a dare il proprio contributo in quanto proveniente da un pezzo d’Italia o da un determinato contesto socio-culturale. Non ci sono avanguardie a dirigere le masse e a educarle, bensì un’organizzazione che si fa intellettuale di massa, nel momento in cui in essa affluiscono sia storie e sensibilità diverse dal tessuto sociale della nazione, sia competenze e saperi da quello della produzione. È il partito in cui tutti sono filosofi e intellettuali, perché il «moderno Principe» pensa il passaggio delle masse dall’economico al politico e ha come obiettivo quindi la ricostruzione unitaria della società moderna.

Con Gramsci, il movimento comunista italiano si libera dalla concezione puramente strumentale dello Stato. I partiti sono «scuola di vita statale» proprio perché la risposta democratica alla trasformazione del rapporto tra le masse e lo Stato non può che essere l’entrata delle masse nello Stato. Il partito fa da mediatore nel passaggio dallo Stato-coercizione allo Stato democratico. Ma tale passaggio non si compie se non con la ricomposizione del rapporto tra vita economico-produttiva e vita politica. La democrazia è così il luogo del rapporto trasformato tra le masse e lo Stato e il partito si configura non tanto e non solo come mediatore tra società civile e Stato, come nella dottrina classica del partito di massa, ma anche e soprattutto come agente della compenetrazione tra Stato e società nella ricomposizione tra vita economica e vita politica. Fare diventare le masse classe dirigente si esplica allora in un’attività culturale che promuove e libera le masse stesse, non tramite una dottrina calata dall’alto, bensí in «connessione sentimentale» con il popolo.

Per Gramsci si trasforma la società solo quando si affronta realisticamente il corso del mondo, se si è in grado di calarsi nel destino, dal momento che gli esseri umani sono il prodotto di determinate condizioni sociali, culturali e geografiche. Non sorprende dunque la critica al «materialismo storico meccanico» che può solo considerare «ogni atto politico come determinato dalla struttura, immediatamente, cioè come riflesso di una reale e permanente (nel senso di acquisita) modificazione della struttura» (Ivi, p. 872). Nessun automatismo procede dunque dalla struttura. La praxis gramsciana non è solo il lavoro materiale, ma quella poiesis che rielabora gli avvenimenti all’interno della coscienza al fine di poter comprendere e allo stesso tempo dare loro significato, per non essere subalterni a essi ed esprimere una presa egemonica sulla società.

Si tratta dunque di essere consapevoli di far parte di un gruppo sociale che non applica tanto una dottrina alla realtà, ma diviene conscio di sé nel conflitto etico-politico con altre forze contrastanti. È qui che per Gramsci teoria e prassi si unificano. Ed è per questo che vita e politica vengono a coincidere, perché è l’esistenza che si crea, nel momento in cui si fissa il proprio posto nel mondo e si diviene parte di una cultura e di un ambito geografico e sociale, a produrre una visione del mondo e quindi la possibilità di uscire dalla subalternità culturale per agire autonomamente nella storia. La vita vera non sta nell’aldilà del sol dell’avvenire e il partito non può essere dunque considerato un tradimento degli ideali rivoluzionari – così come vorrebbe Michels – per il fatto stesso di costituirsi come tale con la sua organizzazione e i suoi dirigenti. La vita autentica è quella che tiene assieme teoria e prassi e nello scontro politico libera gli appartenenti a quel gruppo che si fa popolo in lotta.

Certamente, il partito avrà dirigenti e diretti e un’articolata e complessa organizzazione, ma allo stesso tempo sarà storia di popolo che si libera nell’azione e nella produzione di un’autonoma visione del mondo. Non si tratta infatti di applicare una dottrina al corso del mondo né quindi di dirigenti o intellettuali che indicano la via in virtù di una lettura scientifica della realtà, ma di un popolo in lotta contro il destino per affermare la propria autonomia. E quel popolo si fa intellettuale collettivo perché il suo compito è poietico, di elaborazione della propria subalternità per affermare l’autonomia, cioè la coincidenza tra vita, cultura e ruolo sociale. Nel partito si è per questo tutti intellettuali, perché grazie a esso ci si fa popolo poietico in virtù del proprio posto nel mondo e nella produzione, nella storia del proprio territorio e nella società.

Nella concezione gramsciana del partito troviamo una risposta originale al problema del rapporto tra avanguardie e masse – tra intellettuali del popolo per meglio dire –, e alla sociologia borghese elitista sul partito politico. Il confronto è serrato e la via d’uscita è quella di un forte realismo popolare – che rifiuta il materialismo volgare e il moralismo astratto – di chiara ascendenza machiavelliana, che pensa alla funzione nazionale del partito come occasione di liberazione, e non solo di avanzamento economico o di proiezione rivoluzionaria per il futuro. La politica è allora per Gramsci – come per Machiavelli – l’attività umana fondamentale, fuori dalla quale non può esserci salvezza, tanto che non è la rivoluzione come al di là pacificato a stare al centro della riflessione, ma piuttosto l’azione politica stessa che rende autonomi dal destino, in quanto attività poietica: «ogni uomo in quanto è attivo, cioè vivente, contribuisce a modificare l’ambiente sociale in cui si sviluppa [...] cioè tende a stabilire norme, regole di vita e di condotta» (Ivi, p. 1168). La trasformazione rivoluzionaria è allora un processo e la politica da strumento per la presa del potere viene a coincidere con la vita, a essere campo di riproduzione dell’esistenza.

Evidentemente, a Michels doveva ancora rispondere quello che fu il più grande innovatore del campo comunista nel Novecento. A Gramsci bisogna allora ancora guardare per ogni riflessione sulla natura del partito oggi.

Ci pare, per concludere, che il pensiero gramsciano collochi il partito all’altezza del destino e lo sottragga sia a una funzione strumentale sia a una concezione che lo vuole come soggetto che organizza l’evento rivoluzionario. Ancora oggi, il partito gramsciano riesce a rispondere sia al pessimismo di Michels, nel momento in cui si incarica della lotta contro il fato, sia all’insostenibilità del modello leninista, dal momento che non esistono né avanguardie né classi definite nelle nostre società complesse e sempre più si pone il problema di conferire intenzionalità filosofica alla politica.

Claudio Bazzocchi

Letto 24939 volte Ultima modifica il Domenica, 28 Ottobre 2012 23:05

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