La Lega dei Socialisti, rende Omaggio a Rosa Luxemburg. Lo fa con un articolo del compagno Giuseppe Giudice. Dopo il ritorno prepotente di Marx sulle copertine della stampa borghese, salutiamo con grande gioia il ritorno anche dei suoi migliori seguaci sulla stampa operaia, o comunque più vicina a noi. Buon segno, indica il cambiamento dei tempi. Il marxismo sta tornando, e con lui la sua miglior tradizione.
Tuttavia, siccome nel frattempo, socialisti e comunisti sono pressoché spariti dal quadro parlamentare, per ora dall’assenza di tutti e due possiamo solo trarre qualche vantaggio nel dibattito tra di noi. È difficile infatti che in queste condizioni chi scriva sia animato da qualcosa come calcoli politici e tatticismi. Si può quindi tentare un dialogo interrotto in passato da troppe manovre sottobanco più che da reali divergenze. Intendiamoci: non credo che la frattura tra socialisti riformisti e socialisti rivoluzionari, quando dettata da vere divergenze, sia qualcosa di facilmente ricomponibile, anzi per essere onesto debbo dire che per me un socialista o è rivoluzionario o semplicemente non è un socialista. Tuttavia non è importante quel che penso io o il compagno Giudice, quel che conta è vedere se si riesce ad avere qualche punto in comune sulla Storia e sulla sua ricostruzione. Nel suo articolo a me pare che Rosa Luxemburg venga al quanto sfigurata e strappata al bolscevismo, dal quale si differenziava in molte cose, ma al quale era molto più vicina di quanto non fosse irrimediabilmente distante dalla socialdemocrazia tedesca. Nel rimettere a posto Rosa Luxemburg, dal mio punto di vista, cercherò di essere meno “puntuto” del solito, proprio per vedere se sia possibile imbastire un confronto o se nell’anno più o meno zero del movimento operaio, dovremo a malincuore proseguire ognuno per la sua strada pur nel rispetto reciproco delle opinioni.
ROSA PACIFISTA?
Non mi stancherò mai di ripetere che la differenza fondamentale tra i marxisti e i riformisti di tutte le razze, è che per i secondi le divergenze tra partiti e persone sono sempre divergenze di idee. Al marxismo le idee da sole non bastano, perché devono sempre essere ricondotte agli interessi di classe corrispondenti. Il testo del compagno Giudice non fa eccezione e ci presenta le varie divergenze tra Rosa e suoi contemporanei come concezioni del mondo o al massimo come valutazioni politiche personali.
Il compagno Giudice scrive che Rosa Luxemburg era una «pacifista convinta e militante; il capitalismo produce inevitabilmente guerra che per lei […] era la più grande tragedia che l’umanità potesse vivere».  Come tutti i marxisti, Rosa Luxemburg, non poteva vedere le cose dal punto di vista dell’umanità in generale, perché finché ci saranno le classi sociali non potrà esserci un comune sentire nemmeno nelle cose più elementari che dovrebbero unire gli uomini, come il contrasto a tutte le guerre. Per il capitalismo la guerra non è una tragedia ma una pacchia, perché consente alla borghesia di “bruciare” i capitali in eccesso senza perderli, anzi aumentandoli, e di sfoltire il proletariato mandandolo a massacrarsi per lei sui campi di battaglia. Se tragedia è quindi la guerra, lo è solo per noi. Siccome una classe la guerra la vuole e una la subisce, ne viene che i marxisti non possono essere semplici pacifisti. Anzi, tutto il contrario. La lotta di classe è lotta tra due eserciti, esercito essendo l’etimo originario di classe. Per battere la borghesia e provare finalmente a vivere in pace, il proletariato dovrà muoverle guerra. Perciò fino alla sconfitta definitiva della borghesia, proletariato e avanguardia marxista, lo dico con una parola un po’ forte per rimarcare la differenza, saranno necessariamente guerrafondai. E così fu in effetti Rosa Luxemburg, la quale ancora nel Luglio del 1918, in una lettera a Luise Kautsky, moglie di Karl, rinfacciava addirittura ai bolscevichi «il loro fanatismo pacifista». Essere guerrafondai non vuol dire che i marxisti possano essere associati a semplici spacca vetrine, guerrieri metropolitani, terroristi e quant’altri impazienti della rivoluzione, significa solo che alla guerra-lotta che la borghesia muove contro di noi, noi risponderemo con la guerra-lotta del proletariato alla borghesia. In questo senso siamo guerrafondai, lo siamo cioè a modo nostro, secondo il metodo che abbiamo imparato e perfezionato in quasi due secoli di esperienza. Ma semplici pacifisti proprio no, non lo saremo mai!
LENIN, ROSA, KAUTSKY E L’ALA DESTRA DELL’SPD
Nel testo del compagno Giudice, il contrasto di Rosa Luxemburg con l’Spd tedesca viene addolcito ingrandendo le divergenze con i bolscevichi e confinando alla sola ala destra la sua rottura con i socialdemocratici tedeschi. Le cose, però, non stanno proprio così. Anzi, a dirla tutta, stanno proprio all’opposto. È vero come scrive il compagno che nel 1905 sulla questione del partito Rosa si divise da Lenin e compagni, non però con una frattura insanabile, ed anzi avvicinandosi col tempo sempre più alle posizioni dei bolscevichi, tanto che alla morte non si sentì sicura di pubblicare la sua ultima polemica, esposta nell’opuscolo La rivoluzione russa, con le menti lucide – sono parole sue – che avevano guidato la rivoluzione d’Ottobre. Mentre si riducevano i contrasti coi bolscevichi senza per altro mai coincidere, al contrario andavano aumentando quelli con l’Spd tedesca. Fin dal 1905, con Sciopero di massa, partito e sindacati, Rosa aveva subodorato l’opportunismo di Kautsky e compagni che avevano confinato lo “sciopero generale” solo ad un particolare decreto burocratico da usare ogni morte di Papa. Proprio per questo nel 1910, con l’articolo La teoria e la prassi, la rottura con l’opportunismo della socialdemocrazia fu completa, violenta e definitiva. Ma non fu una rottura con l’ala destra, tutto il contrario. È con Kautsky in persona che ruppe Rosa, col centrismo che almeno a parole avrebbe dovuto essere il custode dell’ala sinistra. Del resto Kautsky andava sempre più avvicinandosi a Bernstein, il primo grande bersaglio della Luxemburg, e Bernstein non era certo un destro, infatti si ritrovò poi con Kautsky nei centristi dell’Uspd. Ed è con questi due che si concentrano le memorabili polemiche della Luxemburg, non con altri. Perché erano questi che avevano il dovere di tenere alto l’onore della socialdemocrazia, e furono questi che più di ogni altro portavano la responsabilità del suo ignobile crollo. Il pensiero marxista, e non filosofico della Luxemburg, come sostiene impropriamente il compagno Giudice, fu agli antipodi da quello di Kautsky. Se infatti per Rosa, pur nelle divergenze, i bolscevichi erano quelli a cui si doveva «la riabilitazione del socialismo internazionale», i socialdemocratici tedeschi erano dei «miserabili vigliacchi» che avrebbero lasciato «dissanguare i russi, stando tranquillamente a guardare». E perché questa codardia dei socialdemocratici tedeschi nel 1917? Perché già nel 1907 Rosa aveva avvertito proprio dal ritorno dalla Russia, dal ritorno dai grandi bolscevichi, «la pusillanimità e la grettezza di tutto il nostro partito […] La situazione è semplicemente questa: Augusto (Bebel, Nda), e tanto più gli altri, si sono totalmente buttati via per il parlamentarismo e nel parlamentarismo». Non poteva che finire così la pomposa tradizione di un Partito “marxista” il cui capo indiscusso, Kautsky appunto, era fatto soltanto di «epigonismo teorico abbarbicato alle formule del maestro nell’atto stesso in cui ne rinnegava lo spirito vivente». Proprio per questo, all’interno della socialdemocrazia tedesca, è l’ala sedicente sinistra, nei fatti centrista, la vera responsabile dell’assassinio di Rosa Luxemburg. I comunisti non si sono affatto sbagliati, perché mentre i riformisti tendono a nascondersi dietro l’atto formale, tirando la pietra e nascondendo come loro costume la mano, i marxisti chiedono loro conto dell’atteggiamento prono alla destra che hanno tenuto per tutto il corso della guerra. Chi è che ha lasciato campo libero alla destra nel Partito, opponendosi solo per rifarsi la faccia quando ormai era troppo tardi? Liebknecht fece un errore quando votò i crediti di guerra, ma Kautsky fece una vera e propria scelta di campo. Da allora il riformismo, specie quando è ora, sta coi padroni contro di noi. Tra i tanti delitti che i socialisti e comunisti possono aver compiuto, non ce n’è uno più grande di questo. Chi commette questo crimine non ha diritto di giudicare e mettere alla sbarra quelli che hanno commesso altri ma sempre all’interno del nostro campo. Il massacro di Kronštadt può essere condannato solo da chi, a suo modo, ha spinto sinceramente per la rivoluzione, non certo da chi ha le mani lordate del sangue ancora freschissimo di oltre otto milioni di proletari mandati al macello della Prima Guerra Mondiale per gli interessi dei Krupp. Kronštadt, nel bene e nel male, a torto o a ragione, indubbiamente a torto, fu una pagina orrenda del bolscevismo che aprì le porte allo stalinismo, ma forse se al posto della Repubblica di Weimar ci fosse stata la Repubblica dei Soviet di Germania, Kronštadt non ci sarebbe neanche stata. E non è tanto alla luce di quello che fecero i bolscevichi che vanno giudicati gli edificanti discorsi di Kautsky e compagni, ma di quello che non fecero loro, per meschina rinuncia e opportunismo.
LIBERTÀ, DEMOCRAZIA E DITTATURA
Pur di staccarla dai bolscevichi, il compagno Giudice, avvicina Rosa Luxemburg a tutti i riformisti onesti, dimenticando però che lei fu una rivoluzionaria, non una socialista da Parlamento. È strano che una donna che fece ruotare tutta la sua vita attorno al successo della rivoluzione, sia stata così distante dagli unici che nella sua epoca l’abbiano fatta e abbia invece continui punti di contatto con coloro che l’hanno scansata, quando non addirittura sabotata. Nel suo articolo, il compagno socialista, tiene Rosa a distanza incommensurabile dai 21 punti della III Internazionale, in compenso la avvicina a Kautsky, a Matteotti e persino a Bauer, forse perché attribuisce volutamente più importanza a questioni che nella storia di Rosa Luxemburg furono non dico secondarie ma certamente minori.
Il contributo più importante della Luxemburg, non fu, quello dato al rapporto tra democrazia e partito. Il contributo per cui Rosa passa alla Storia è la demarcazione teorica definitiva tra riformisti e rivoluzionari. Per Rosa i riformisti riformano all’infinito il capitalismo, stanno quindi nel campo borghese, i rivoluzionari lo abbattono, stanno perciò nel campo avverso. Diversa e opposta, quindi, è anche la valutazione di parole come libertà, democrazia e dittatura. Se non si aggettivano queste parole, senza specificazioni, si rischia di interpretare male tutto quanto detto da Rosa.
Rosa Luxemburg nel suo scritto La rivoluzione russa, non parla di estensione progressiva della democrazia come fanno Kautsky e Bauer, perché non è sulla democrazia pura che sta polemizzando coi bolscevichi, ma sulla democrazia proletaria. È questa e solo questa che deve essere allargata. E lo sapevano anche i bolscevichi, e se la restrinsero sotto il peso delle circostanze è perché valutarono che senza quel giro di vite, in quel momento, si sarebbe anche richiusa la prima finestra che avevano aperto nel muro senza fori proletari della democrazia borghese. Rosa li incitava ad aprire anche tutte le altre. I riformisti invece li accusavano di aver chiuso tutte quelle che Rosa era ben felice che avessero chiuso, a cominciare dall’Assemblea Costituente. Allargare la democrazia, per i riformisti, significa riempirla di finestre borghesi che continueranno a far veder al proletariato il mondo dietro le sbarre del capitalismo. Per i rivoluzionari, tutta la democrazia borghese con le sue finestre e i muri maestri, deve essere abbattuta e rasa al suolo come Cartagine. L’allargamento della democrazia proletaria deve passare da questa frattura netta con la democrazia borghese, non ha niente a che vedere con l’armonica progressione di Bauer e Kautsky, che è solo l’armonica progressione delle loro sinecure parlamentari.
Il diverso fine cui tende la democrazia riformista rispetto a quella rivoluzionaria, fa cambiare anche la concezione del Partito. La libertà, la democrazia e altri paroloni non c’entrano nulla. È l’interesse che fa divergere Lenin da Kautsky. Per non fare la rivoluzione bisogna allargare le maglie del partito, fare entrare cani e porci, burocratizzandolo da cima fondo. Il partito delle riforme, cioè, anche se parla continuamente di democrazia, deve essere fondamentalmente antidemocratico, chiuso, cinico ed ottuso. Da partito di azione deve diventare un partito di chiacchiere. Di qui la deriva verso un Partito cosiddetto di opinione che in realtà non ne ha nessuna in particolare, tranne l’odio per ogni teoria coerente e ponderata. In questo la Storia dell’Spd non è molto diversa dalla degenerazione del partito bolscevico. Anche Stalin dovette far entrare di tutto nel partito bolscevico per annacquarne e infine spezzarne l’ossatura rivoluzionaria. Le due concezioni approdano ugualmente al verticismo, ma la concezione rivoluzionaria lo fa dichiarandolo e perseguendolo, quella riformista negandolo e facendo finta di perseguire un rapporto democratico orizzontale. Inoltre il verticismo riformista è fatto per staccarsi effettivamente dalle masse, quello rivoluzionario per avvicinarsi il più possibile.  Dietro il verticismo rivoluzionario, ci sta quella che i liberali definirebbero gerarchia meritocratica. Nel democratismo riformista, verticistico quanto l’altro solo più ipocrita, ci sta una gerarchia capovolta. In questo caso però, la gerarchia capovolta, esprime un preciso interesse, quello della casta parlamentare, nel secondo l’unico modo finora storicamente vincente, di portare avanti gli interessi del proletariato. Indubbiamente è un gioco difficile e irto di pericoli, ma i cattivi risultati ottenuti subito dopo la rivoluzione d’Ottobre, non devono far dimenticare o addirittura cambiare le regole giuste con cui Lenin e i bolscevichi si giocarono la partita. Certo, se la si gioca nel campo avverso, le concezioni di Kautsky diventano o possono apparire giuste, specialmente se si è convinti di essere dalla nostra parte.
Analogamente al discorso appena fatto sulla democrazia e la dittatura, si può dire la stessa cosa sulla libertà. È indubbio che la libertà per chi la pensa diversamente è anche un principio valevole in generale, ma nello specifico dello scritto, non è separabile dall’esproprio dei capitalisti e dal controllo proletario dei mezzi di produzione. È lì che comincia la libertà di pensiero per Rosa Luxemburg. Ed è proprio lì che non la fa mai arrivare il riformista, che si ricorda sempre della sua libertà di parola, ma si dimentica altrettanto facilmente della libertà del proletario di poter parlare da uomo libero e non da eterno schiavo del capitale. Anteponendo la prima libertà alla seconda, il riformista è al di qua dei nostri problemi e non ci può aiutare. Rosa invece con le sue critiche dal lato dell’esproprio ci aiutò non poco, perché capì che il problema della libertà poteva essere risolto solo partendo da lì o sarebbe rimasto insolubile. Kautsky e soci protestavano contro la censura e la restrizione della libertà di parola, ma rifiutavano di ammettere di farlo dalla parte dei nostri carcerieri. Era la libertà di parlare da dietro le sbarre e col pigiama a righe. Perché, in effetti, la libertà è sempre e soltanto la libertà di chi la pensa diversamente, ma se la libertà deve diventare una palla al piede, noi proprio come Rosa Luxemburg siamo contro la (loro) libertà.
STORIA IDEALE E STORIA DI CLASSE

Se proviamo a guardarla dal lato degli interessi di classe, allora scopriremo che anche la Storia come la racconta il compagno Giudice, non è così giudiziosa e lineare come appare. È qui che sta la maggior debolezza dello scritto del compagno socialista, nel voler far coincidere le idee dei socialisti riformisti con le loro azioni.
Rosa Luxemburg non ha mai sostenuto che la rivoluzione russa non avrebbe potuto essere esportata in Occidente. Anzi era convintissima che fosse relativamente facile, se non fosse stato per l’intralcio della socialdemocrazia tedesca. Proprio il tradimento della socialdemocrazia tedesca, getta tutta un’altra luce sulle considerazioni ipocrite di Kautsky. Non è il dispotismo dei bolscevichi a far condannare la rivoluzione russa da Kautsky, tanto meno l’immaturità delle condizioni russe, ma la pura e semplice ripulsa contro l’esproprio dei capitalisti. Lo si capisce dal fatto che se in Russia le condizioni erano immature per la rivoluzione, non si capisce perché in Germania, dove invece lo erano, Kautsky non solo abbia rinunciato a farla, ma abbia anche contribuito a sostenere la controrivoluzione. Inoltre, l’involuzione dei bolscevichi non può essere disgiunta da quello che avveniva attorno a loro. Se la socialdemocrazia tedesca fosse loro venuta in soccorso, colpendo alle spalle l’imperialismo, l’Urss avrebbe conosciuto purghe e Gulag? Non lo sappiamo ma sappiamo cosa pensava Rosa Luxemburg: «La colpa degli errori dei bolscevichi la porta in ultima analisi il proletariato internazionale e innanzitutto la bassezza pertinace e senza precedenti della socialdemocrazia tedesca». E la bassezza senza precedenti della socialdemocrazia, è la bassezza pertinace di quei rammolliti piagnucolosi di Kautsky, di Bernstein, di Ströbel e di tutta la ciurmaglia di eunuchi menscevichi della II Internazionale (i corsivi sono ovviamente espressioni della Luxemburg). È strano che si lamentino del dispotismo antidemocratico, socialdemocratici che nel momento stesso della rivoluzione bolscevica avevano trasformato il loro partito in un covo di censori e di stalinisti ante-litteram che proibivano ogni discussione e chiudevano la stampa in onore e gloria del Reich tedesco a cui avevano promesso obbedienza. È sulla burocratizzazione della socialdemocrazia tedesca che Michels ha scritto la più grande sociologia dei partiti che si conosca, non sull’apparato “bolscevico-stalinista”. È doppiamente strano che per evitare il dispotismo sovietico, Hilferding e soci abbiano lasciato praticamente campo senza fiatare all’ascesa di Hitler, cioè al dispotismo della reazione. Tutto lo strologare di Kautsky e compagni su democrazia e dispotismo non è che una copertura per nascondere la loro natura controrivoluzionaria. L’Uspd, infatti, non nacque contro la guerra, visto che a guidarla erano i “pacifinti” che fino al giorno prima in nome della pace votavano la guerra, ma contro la rivoluzione. La radicalizzazione delle masse procedeva troppo rapidamente perché l’ala maggioritaria potesse contenerle continuando a proclamare apertamente la guerra. Per imbrigliarle era necessario che una parte della socialdemocrazia cominciasse ad alzare i toni restando sempre però seduta e prona alla volontà padronale. Sempre, quando si avvicina la rivoluzione, la borghesia ha bisogno di confondere le acque dandosi anche lei un linguaggio rivoluzionario. Parare gli spartachisti, questo fu il ruolo storico dell’Uspd, non altro. Infatti, passato il momento di burrasca, di fronte ai 21 punti della III Internazionale, messi alle strette da Lenin e Trotsky, i compagni pacifinti, preferirono tornare all’ovile. Pacifisti e sostenitori della guerra, le due anime dell’unico fetido cadavere socialdemocratico, si ritrovarono di nuovo riunite a braccetto nel sarcofago parlamentare. E non saremo noi marxisti a riaprire ciò che la Storia ha richiuso per sempre nella sua stalla naturale.
La Storia non ha dato ragione a Kautsky e Hilferding, è solo la lotta di classe che ha detto bene alla borghesia sul proletariato. Lenin e i suoi son rimasti sconfitti perché oltre alla borghesia davanti, hanno dovuto lottare anche con la socialdemocrazia tedesca che li colpiva alle spalle, a tradimento. È lo stesso compagno Giudice a riconoscerlo, quando ricorda i tentativi fatti da Ebert e Noske nella «speranza di riportare l’ordine e di evitare quello che che era accaduto in Russia». E l’ordine dei Noske, s’è solo dimenticato di aggiungere il compagno socialista, era il loro ordine, l’ordine sopra Berlino. Così infatti, titolava Rosa Luxemburg il suo ultimo, sarcastico, bellissimo articolo: L’ordine regna sopra Berlino. Regnava sulle macerie ancora fumanti della rivoluzione e sui cadaveri caldi di lei e di Karl Liebknecht. Rosa, è vero, si era espressa contro l’assalto al cielo, perché lo giudicò non ancora maturo. Ma questo non basta a metterla sullo stesso piano dei Kautsky nell’analoga relazione con i bolscevichi. Rosa fu contraria all’assalto ma essendo in minoranza accettò di sostenerlo e di lasciarci le piume. Questo prova inequivocabilmente che si mosse sempre nel solco della rivoluzione. Pagò di persona errori non suoi, esattamente come Kautsky presentò sempre ad altri il conto dei suoi tradimenti. La differenza tra il coraggio di una rivoluzionaria e la codardia di un riformista, è forse tutta qui. Infatti, cosa fecero Kautsky e soci mentre gli spartachisti almeno ci provavano? Stettero a guardare naturalmente, come per la guerra, come per la rivoluzione bolscevica, come sempre. Stettero cioè dall’altra parte nonostante si riempissero la bocca di belle parole, dal vago sapore socialista.


Lorenzo Mortara

Delegato Fiom-Cgil

Stazione Dei Celti

Gennaio 2012


Nota – Le citazioni di Rosa Luxemburg, per quanto riguarda la rivoluzione d’Ottobre e il crollo della II Internazionale sono tratte da La rivoluzione russa e «La tragedia russa», Massari Editore, Bolsena 2004; i giudizi sui miserabili vigliacchi dell’Spd e sui pacifisti bolscevichi, si trovano nelle lettere a Luise Kautsky sempre nello stesso volume; il giudizio sul cretinismo parlamentare di Bebel e soci è riportato in una lettera a Clara Zetkin citata nell’introduzione di Lelio Basso agli Scritti politici di Rosa Luxemburg, Editori Riuniti, Roma, 1970; nella stessa introduzione si ritrovano i giudizi su Kautsky e sugli altri capi della socialdemocrazia; infine altri articoli citati si trovano negli Scritti Scelti, a cura di Luciano Amodio, pubblicati dall'Einaudi, nel 1975.

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